Un articolo di Guido Facchin
I PROBLEMI
DELLA SCUOLA TREVIGIANA VISTI DA "IL LAVORATORE"
(GIORNALE SOCIALISTA 1899-1925)
(GIORNALE SOCIALISTA 1899-1925)
GUIDO FACCHIN
PRESENTAZIONE
Il Gruppo parlamentare e la Direzione Nazionale del
Partito Socialista inviavano, il 31 luglio 1899, una lettera di saluto e incoraggiamento
alla Redazione del Lavoratore, nascente settimanale socialista trevigiano: "... organo e difesa dei lavoratori ...
Ben venga il nuovo combattente ora che più forti si addensano i nembi, ora che
più rabbioso si fa l'impeto dei nemici. ...”, scrivevano da Roma i dirigenti
del Partito.
Il 12 agosto 1899 esce il primo numero del giornale
tirato in un migliaio di copie cui se ne aggiungono altre duemila stampate in
fretta, nel pomeriggio dello stesso giorno, e distribuite tra i sovversivi
trevigiani sotto l'occhio vigile della polizia che presto interverrà, con
censure e sequestri, in ottemperanza delle norme restrittive decretate da
Pelloux contro la stampa di opposizione accusata di fomentare i tumulti che si
accendono nelle piazze per protestare contro la guerra d’Africa e la miseria
che attanagliava il popolo del suburbio.
La prima pagina del settimanale socialista è
riservata alla trattazione delle questioni di politica interna ed estera di
maggior attualità e alla linea del Partito che emerge anche dalle polemiche
intrecciate contro avversari nazionali o locali e sostenute con un linguaggio
aggressivo che pare tipico della pubblicistica del tempo. Ne è esempio lo
scambio frequente di invettive tra II Lavoratore e La Vita del Popolo, settimanale
cattolico diocesano nato nel 1892 che, da parte sua, definisce i socialisti
"... una setta brutale cogli occhi infuocati pel furore ... germe di tutte
le più infami rivoluzioni, il vomito dell’inferno ..." (Vita, n. 48/1905).
Nelle pagine interne è facile rilevare la puntualità
e la pertinenza degli interventi, resoconti e corrispondenze sulle questioni
locali che II Lavoratore pubblicava ogni settimana e che dimostrano l'esistenza
di una rete di collaboratori attenti e documentati sui fatti e sui dibattiti
che sorgevano nei circoli intorno alle necessità primarie della gente.
Particolarmente attenti e documentati erano coloro
che in città, nel "suburbio”, o nei paesi di campagna, seguivano le
vicende scolastiche. L'assolvimento dell'obbligo, l'edilizia, l'assistenza,
l'istruzione degli adulti, l’organizzazione della classe magistrale,
l'insegnamento della religione sono i temi che più spesso ricorrono per diretta
iniziativa della redazione o per intervento di qualche attivista di un circolo
periferico.
socialisti devono, loro malgrado, rilevare che i
Comuni non riescono a dare risposte efficaci alle richieste di scolarizzazione
che provenivano dalle nascenti organizzazioni operaie e dal Partito stesso, se
a Treviso, nel 1901, si registra un tasso di analfabetismo del 34%, notevole
anche se non delle dimensioni di altre città. La ragione del loro interesse per
la scuola era tattica e strategia: puntavano all'alfabetizzazione degli adulti
per portare il maggior numero di elettori alle urne quando, per votare, occorreva
prima dimostrare ad un pubblico ufficiale di saper scrivere; miravano, in una
prospettiva più ampia, ad ottenere un servizio scolastico capace di formare
cittadini coscienti non solo dei doveri, ma anche dei loro diritti, in grado di
far valere le proprie ragioni di fronte ai più colti avversari, di partecipare
attivamente alla gestione del potere.
Analizzando, in prima pagina, il 14 giugno 1910,
alcuni dati sull’alto tasso di analfabetismo tra i lavoratori di città e di
campagna, commenta: "... siccome gli analfabeti non possono essere
elettori, ne consegue che oggi, via via che arrivano a 21 anni, proprietari,
commercianti, professionisti, impiegati che sanno quasi tutti leggere e
scrivere in tutta Italia, possono diventare quasi tutti elettori. ... Per fare
lo stufatino di lepre occorre la lepre, per fare il deputato socialista o
democratico, ci vogliono gli elettori socialisti o democratici ..."
(Lavoratore, n° 20, 14.5.1910). Ed ancora: "I Socialisti devono istruirsi,
scrive un anonimo nel 1911, perché altrimenti a comandare saranno sempre gli
avvocati e i dottori, mentre coloro che si lamentano nulla fanno per elevarsi
ed anzi restano vergognosamente ignoranti."
I redattori
del Lavoratore che si occupavano di scuola avevano ben compreso che molte delle
difficoltà che si opponevano al buon esito degli studi e causavano i precoci
abbandoni erano di natura sociale ed organizzativa: mancanza di spazi, aule
affollate, scarsa e cattiva nutrizione, poca cura della persona erano gli
elementi che determinavano larghi vuoti nei banchi, specie nei periodi dei
lavori stagionali in campagna, quando i bambini erano molto più utili a casa
agli occhi dei loro genitori.
Prima di indagare sulle questioni più significative
occorre render conto di questa specifica competenza del Lavoratore ad
affrontare tali questioni: alla redazione del giornale socialista collaboravano
in modo continuativo uomini di scuola come i direttori didattici Gottardi e
Tonello, i professori Galeno e Riva, e numerosi insegnanti tra i quali "la
compagna maestra" Rita Majerotti va ricordata per la continuità dei suoi
contributi polemici e ben documentati al dibattito sull’ insegnamento religioso
e sulla laicità della scuola.
1. SCUOLA E
AMMINISTRAZIONE COMUNALE
Si è già detto dell’interesse a breve termine dei
socialisti per l'istruzione: i loro interventi miravano inizialmente ad
ottenere che i giovani, che per la prima
volta dovevano esercitare il diritto di voto, e tutti coloro che col passare
degli anni tornavano analfabeti per le scarse occasioni che avevano di usare
gli strumenti del leggere e dello scrivere, avessero scuole serali o festive in
grado di far loro superare con successo le fatidiche prove di scrittura.
Di questo impegno su Il Lavoratore si trova una
traccia significativa scorrendo i programmi elettorali del Partito Socialista
nei quali ogni volta alla scuola è riservato ampio spazio:
"... Favorire in tutti i modi possibili
l’istruzione della classe lavoratrice sia istituendo scuole serali che
professionali, (...) Secondo noi socialisti il Comune deve pensare ad istruire
la gran massa operaia, (...) in una società civile non vi devono essere uomini
che vivono nell’ignoranza assoluta e nell’abbruttimento (...)" (1905). Ma evidente-mente non bastava che il
Comune mettesse a disposizione questi servizi perché gli inviti a frequentare
la scuola
"Aprendo una scuola si chiude una
prigione!" (1902) "A scuola! A scuola!" (1905)
"L'analfabetismo in Italia: statistiche da non dimenticare" (1905).
Nel 1909 A. Tonello scrive: "La vergogna dell'analfabetismo
deve sparire, il cittadino che non sa leggere e scrivere è il peggior nemico di
se stesso, della sua famiglia, della classe operaia, (...) la miseria
intellettuale trae seco la miseria economica, (...) per voi si aprono le scuole
serali, frequentate con entusiasmo e amore !,(...) I comuni per i renitenti che
non possiedono il certificato di proscioglimento dell'obbligo, applichino senza
riguardi le disposizioni di Legge!"
La realistica considerazione che è assai più
difficile alfabetizzare un adulto che un bambino e la convinzione politica che
a tutti dovesse essere garantita una scuola efficace come stabilito dalle
leggi, peraltro disattese, spingevano i socialisti a premere per il
miglioramento di questo servizio cruciale per la "elevazione morale del
popolo". Denunciavano le situazioni precarie che dimostravano di conoscere
assai bene, protestavano per il disinteresse di coloro che detenevano il
potere, cui faceva riscontro l'apatia della gente; i primi perché
"temevano i vantaggi di una seria istruzione delle classi", la
seconda perché preferiva il vantaggio immediato del lavoro del figlio al futuro
ed incerto miglioramento generale della società.
Frequenti interventi hanno di mira la mancata
attuazione della refezione scolastica (1906) che i socialisti vorrebbero
gratuita, come mezzo per incentivare la frequenza ed il rendimento scolastico
degli alunni, e non come pelosa carità" che il Comune vorrebbe affidare ai
privati.
Allo stesso modo si auspica l'assistenza alle
famiglie più povere con distribuzione di
vestiario e cancelleria ai bambini. Solo nel 1911 la Legge Credaro istituirà il
Patronato scolastico riconoscendo il valore sociale dell'assistenza per la
quale i socialisti si erano battuti.
A proposito di impegno socialista, Il Lavoratore del
4 novembre 1899, riporta a tutta pagina, nella cronaca cittadina, le proposte
che il Gottardi aveva presentato in Consiglio Comunale per migliorare la
scuola. adattare orari e calendari delle scuole, specialmente rurali, alle
esigenze del luogo;
- provvedere
a spese del Comune di vesti e refezione sana e sufficiente i più miserabili ;
- impedire la
soverchia agglomerazione dei fanciulli nelle classi ;
- istituire
classi per i deficienti ;
- pareggiare
gli stipendi dei maestri delle classi femminili;
- tutelare la
libertà di coscienza dei maestri e delle famiglie.
Erano proposte fuori della portata culturale della
maggior parte dei consiglieri e la conclusione del dibattito lo conferma: la
votazione viene rinviata una prima volta perché durante la discussione i banchi
della Maggioranza si svuotano e manca il numero legale; "colpa dei
socialisti, commenta II Lavoratore, che trattano argomenti che non possono andare a fagiuolo ai signori
del Consiglio …”. La settimana successiva una breve nota riferisce l'esito
della votazione: "Il Consiglio
Comunale ha seppellito con tutti gli onori le proposte di Gottardi".
Per una refezione sana e sufficiente i socialisti si
sono impegnati spesso in Consiglio Gommale, con intenzioni diverse della
Maggioranza da essi accusata di considerare questo servizio una forma di carità
e non "doveroso integramento della legge sull’istruzione
obbligatoria" (Lavoratore, n. 100, 25.11.1905).
Coerenti con questo spirito
rifiutano la proposta di far gestire le mense scolastiche ai privati premono
invece per il diretto impegno dell'Amministrazione Comunale che offriva, a loro modo di vedere, maggiori
garanzie a sostegno dell'istruzione e contro il rischio che essa fosse
vanificata nel concreto dalla povertà delle famiglie.
In ogni caso i Socialisti assegnano al
Comune un ruolo chiave nella diffusione del servizio scolastico, anche se,
dopo l’approvazione della legge n° 487 del 4.6.1911 (Daneo-Credaro) abbandonano
l’idea comunale per sostenere l’opportunità dell’avocazione delle scuole allo
Stato per farla finita con le inadempienze degli amministratori locali e con il
vezzo di interferire con pesanti forme di pressione sull’attività dei docenti.
”... Togliamo ai Comuni la diretta amministrazione delle scuole ed
il problema della formazione del cittadino sarà presto risolto ...” scrive da
Crespano Robertino Andolfatto il 28.6.1913 sul Lavoratore, convinto delle
discriminazioni politiche messe in atto nella scelta dei maestri con lo scopo
di evitare che ”... un bel giorno arrivi un maestro socialista . . . ”. Evento
temuto dal Sindaco che in tutti i modi cercava di evitare l’applicazione della
legge, pur non avendo dimostrato negli anni precedenti quel fattivo impegno per
la scuola che la stessa legge richiedeva per concedere deroga all’avocazione .
Ma Il Lavoratore, proprio insistendo
sull’applicazione della legge sull1 obbligo scolastico, finisce per
individuare un altro ostacolo sulla via delle reali opportunità formative: la
situazione edilizia.
Dalle corrispondenze cittadine
o rurali si ricavano interessanti informazioni sullo stato degli edifici
scolastici, per lo più recuperati da vecchi stabili in abbandono, conventi
riadattati. Aule di fortuna venivano arredate alla meglio e in spazi ristretti
e poco illuminati venivano costretti gli alunni a decine, in doppi o tripli
turni. Nel 1903 su 629 scuole rurali, ben 305 hanno oltre 70 alunni per classe,
73 ne hanno più di cento, alcune 150, una ne ha addirittura 200. Puntuale il
commento:”... in condizioni così infelici non
può essere raggiunto un profitto adeguato ai bisogni nuovi” (Lavoratore, n. 35,
15.9.1903).
Ma se tanti erano gli iscritti, pochi eletti in realtà frequentavano
e, nei periodi dei lavori campestri, le aule restavano quasi deserte, così ”...
in molte scuole rurali l’80% degli alunni che si iscrivono rimane analfabeta!
...”. Si era compresa la stretta relazione che intercorre tra ambiente
scolastico e profitto e si faceva più viva la consapevolezza che ”... il figlio
del contadino necessita di un ambiente tale per cui possa impartirgli
l’istruzione con vero frutto, sia innamorato della scuola e non la diserti e i
genitori ve lo manderanno di buon grado, anche a costo di qualche sacrificio,
... (perché) ... vi è un astro che brilla nell’oscurità dei remoti paesi, esso
è l’astro della scuola.” (Lavoratore, n. 45, 4.11.1907).
In seguito, aspirando alla presa del potere comunale, M. Riva scrive
nel Lavoratore del 29.5.1920: ”... Conquistare il Comune non vuol dire stabilirvi
il quartier generale dei lavoratori dei campi, dei cantieri, delle officine nel
palazzo Comunale e magari piantarvi la bandiera dei Soviet ... Bisogna che i
lavoratori capiscano che la scuola è una necessità delle prime se vogliono
diventare capaci di fare senza i padroni ... . La scuola deve essere grande e
bella come la chiesa, più della chiesa. Disgraziato quel popolo che ha delle
belle chiese e delle brutte scuole, dei preti grassi e dei maestri pitocchi e
affamati …”
Il
Lavoratore
riporta frequenti interventi, informazioni, programmi che riguardano
l’Università Popolare, mostrando che il proprio interesse per l’istruzione va
oltre 11 alfabetizzazione per configurarsi come proposta di educazione
permanente. La ’'coltura" è il mezzo più efficace di redenzione delle
classi più misere dalla subalternità alla borghesia. I socialisti si avvicinano
ai programmi di questa istituzione con atteggiamento guardingo e critico
intuendo il disegno sottostante, quello di ’’addomesticare il popolo, o almeno
soffocare in lui l’impetuosità e la violenza con una grande infusione di
coltura borghese." "(...) Scuole Popolari o congregazioni di
carità intellettuale che distribuiscono erudizione, nozioni, notizie, miscela
di imparaticci, (...) Il popolo ha bisogno di ben altra coltura!”.
“Lavoratori
leggete!” titolava Il Lavoratore n. 12 del 19.3.1910, un articolo
provocatorio per sollecitare la lettura del giornale, ”... perché non vadano
smarrite quelle conoscenze che ci furono impartite a scuola! Troppi ancora
credono che il soldo pel quotidiano sia una spesa di lusso e non avvertono che
quel foglio è veicolo formidabile di istruzione, di educazione, di battaglia!
...”. ’’Nella lotta per la vita e per la riforma sociale non è sufficiente
possedere due braccia poderose e nascere uomini, ma uomini bisogna
essere
anche nel pensiero ed il pensiero non si rafforza se non con la scuola i»
A
proposito di adulti analfabeti, vengono riportati i dati raccolti in occasione
della visita di leva del 1909 dai quali risulta che su 172.000 giovani, ben
50.000 (29%) sono analfabeti. Analizzando i dati per regioni II Lavoratore
mette in evidenza il fatto che dei 29.500 coscritti del Sud, ”... analfabeti
sono tra le classi agiate, 5.000 tra i lavoratori di città e ben 20.000 tra i
lavoratori della terra ...”. I dati assoluti dicono anche che la gran parte
della popolazione era dedita all’agricoltura e che di contadini era composto
l’esercito. (Lavoratore, n. 20, 14.5.1910).
Il
bisogno di ’’coltura” era sentito, solo che poi i fermi propositi dei
socialisti ricalcano quelli dei programmi borghesi, con l’aggiunta di uno spazio
maggiore da assegnare alla discussione, ma sempre con un grandissimo rispetto
per tutto quello che è in odore di scientificità, positività, ragione. La
scienza è dogma e l’antidogmatismo è relegato esclusivamente alla propaganda
antireligiosa. Anche questo è un segno dei tempi nei quali il progresso scientifico
e tecnologico cambiava rapidamente l’esistenza degli uomini in un mondo segnato
dai ritmi delle stagioni e dei lavori agricoli. L’antica sapienza perde la sua
efficacia e cresce la fame di conoscenza. Si cercava l’informazione che era
appannaggio di pochi e i modi con cui viene distribuita fanno spettacolo.
I
numerosi interventi riportati sui temi culturali configurano nelle pagine del
Lavoratore una concezione della cultura nella quale l’intellettuale ha un ruolo
decisivo di trasmettitore della conoscenza, di attore della scienza.
L’intellettuale
ricercato e blandito o criticato e temuto, non vede messo in discussione il
proprio ruolo, se non in rare occasioni che prefigurano la successiva
impostazione gramsciana. In genere i problemi urgenti coi quali l’operaio si
misura ogni giorno sembrano appartenere, in occasione delle manifestazioni
culturali, ad un’altra dimensione: ”(...)
è vero, l’operaio non
ha
generalmente ancora una casa ... ma perché deve preferire l'osteria alla scuola
o alle feconde discussioni coi suoi compagni ...? L'uomo istruito è rispettato
e stimato, l'ignorante è deriso, spregiato, turlupinato, è il gradino più basso
della scala sociale ...” (1911). A chi si lamenta che a comandare sono sempre
avvocati, dottori, professori, il giornale risponde che proprio coloro che si
lamentano nulla fanno per elevarsi, rimangono anzi vergognosamente ignoranti
(...)M (Lavoratore del 5.3.1911).
3. SCUOLE ED ISTITUZIONI
EDUCATIVE
Il
Partito socialista nutriva parecchio interesse per alcuni istituti educativi di
Treviso e per la scuola Normale. Si prodiga in Consiglio Comunale per un
provvisorio ma immediato avvio di quest'ultima nella sede del collegio
femminile di S. Teonisto (Lavoratore, 1908), quindi per l’istituzione di una
Normale pubblica in alternativa a quella privata tenuta dalle signorine Motta
con le sovvenzioni del Comune, ed a quella delle Canossiane.
A questo
proposito il 31.10.1908, nella pagina della cronaca cittadina, Il Lavoratore
riporta una presa di posizione contro la proposta della Giunta comunale di
assegnare ”... un sussidio alla Scuola per maestre tenuta dalle signorine Motta
...11. Il giornale "... sostiene vivamente la necesità imperiosa di una
scuola Normale in città, la quale liberi le giovinette dall’obbligo di
ricorrere agli istituti confessionali e dalle ansie e dalle spese degli esami
sostenuti a Venezia ...” ma è contro la proposta della Maggioranza in quanto
essa mira a sostenere una scuola privata che pone alle famiglie gli stessi
limiti delle altre scuole religiose e costringe le allieve a sostenere gli
esami come privatiste e sottomettersi all'obbligo del tirocinio."
Ancora
nel 1911, in epoca di giunta bloccarda, si discute della opportunità di
risolvere una buona volta il problema della scuola Normale lasciando cadere i
precedenti tentativi di tenere in vita quella privata, “per ricostituirla ex
novo rendendola pareggiata, o regia, o, meglio, governativa ...” (Lavoratore,
9.7.1911, Cronaca del Consiglio Comunale).
Il crescente
interesse per la scuola dei maestri nasceva dalla convinzione che i figli dei
contadini e degli operai avrebbero avuto un insegnamento migliore se impartito
da docenti sfornati da una scuola pubblica.
Un certo
interesse si nutriva al giornale socialista per alcuni istituti laici: il
"Turazza” (1857), l’educandato femminile ”S. Teonisto” (1811), l’asilo
"Garibaldi” (1882) ”... ottimo dei monumenti all’eroe dell’unità ed
indipendenza della Patria ...". Le vicissitudini amministrative ed
organizzative del "Turazza" preoccupano i socialisti che hanno a
cuore la sorte degli orfani qui raccolti ed istruiti al lavoro. Essi si fanno
portavoce degli educatori per le precarie condizioni in cui sono costretti ad
operare, delle preoccupazioni dei cittadini che mal sopportano la presenza
turbolenta di numerosi "corrigendi che in mezzo alle schiere dei poveretti
figli che la carità borghese avea radunati, disseminarono la febbre del
maleficio e del delitto ...".
Quando
nel 1910 viene chiamato a dirigere l’istituto un certo Errani, proveniente non
a caso dalla carriera militare, Il Lavoratore ironizza sulle sfilate e sulle
marce praticate per risanare, con la disciplina, il collegio, a svantaggio
della vera formazione dei giovani che "nella ferrea disciplina" non
potevano risolvere i loro problemi comportamentali: "... il Turazza da parecchio
tempo è diventato un collegio militarizzato con colonnelli, maggiori, capitani
. . . (viene descritta una marcia per le colline della Pedemontana) ... una
scena rattristevole per chi pensi che un giovanotto quando ha vent’anni esce
dal collegio ed invece di essere esperto del suo mestiere, è costretto ad un
lavoro umiliante perché in collegio ha imparato di tutto, fuorché un mestiere ... e questo perché si
impartisce una educazione falsa . .. Speriamo che qualcuno possa metter fine a
questa commedia lasciando da parte quelle stupide ed inutili pagliacciate!
..." (Lavoratore, n. 34, 6.8.1912).
Anche a
proposito del tirocinio degli apprendisti tipografi del "Turazza” Il
Lavoratore interviene il 6.8.1912 in modo puntuale denunciando la speculazione
di chi cerca di trarre vantaggio a danno dell’apprendista perché non ci si
preoccupa di istruire, “... non più di imparare un mestiere, ma puramente per
produrre quanto più possibile vengono internati nell'officina tipografica e
messi a discrezione di speculatori che penseranno a tutto fuorché a far sì che
i ragazzi imparino, e bene. ..."(Lavoratore, n. 35, 13.9.1912).
4. SPUNTI E RIFLESSIONI DI
METODOLOGIA E DIDATTICA
Alcuni
interventi del Lavoratore sui temi scolastici sono caratterizzati da una
pertinenza pedagogica che può sorprendere sulle pagine di un giornale che ha
ben più urgenti situazioni cui dedicarsi.
Spesso,
a proposito di articoli pubblicati anche in prima pagina, è possibile parlare
di specifico interesse didattico e ciò è imputabile, come è stato rilevato,
alla presenza di uomini di scuola nella redazione del giornale socialista
trevigiano. Essi, in più occasioni, fanno valere il loro punto di vista e la
loro competenza.
Va
comunque precisato che si tratta di interventi sporadici, isole di pedagogia
autentica in un contesto di cultura impegnata sul piano dell1 ideologia e della
dottrina.
Nel
Lavoratore n. 91, 29.9.1905, O.C. si sofferma sui difetti dell’educazione
familiare che oscilla tra il lassismo, l’indifferenza e l’eccesso di premure,
atteggiamenti che, a detta del redattore, viziano lo sviluppo fisico,
intellettuale e morale del bambino. Scrive ancora il giornale socialista nel
1906: ”... Non è tanto ciò che si insegna, è piuttosto il modo con cui si
insegna ... . Se i fatti non possono escludersi, se non si può tacere, si dovrebbe
dire quanti danni semina la guerra. Non solo i quadri fantastici delle legioni
all'assalto, ..., ma i campi incolti, le case abbandonate, la miseria, la fame!
Diversamente i bambini cresceranno nella convinzione che solamente nei campi di
battaglia si possano conquistare onori e gloria ... . Nella famiglia prima e
nella scuola poi c’è tutta una educazione che domanda di essere rinnovata ...”.
Come si
comprende l’argomento in questione era l’educazione civica. Un articolo del
19.8.1911, firmato da Angelica Balabanoff, mette in risalto l’importanza delle
cure parentali, .dell’esempio, della testimonianza viva dei valori socialisti
che non vanno trasmessi a parole, col rischio di diventare dogma così come
avviene per la religione: ”... banale sarebbe costringere un bambino alla
ripetizione di quanto non sa afferrare, né comprendere, parlargli di certi
fenomeni della lotta di classe, del suffragio universale, degli scioperi, ...,
inculcargli l'odio verso una data persona, anche se vestita da prete, ... . Ben
altro e più difficile è il nostro compito ...”.
Si
accenna ripetutamente alle condizioni sociali che provocano fin dall’infanzia
diversità di rendimenti e diseguaglianza, come si rileva il rischio del
dogmatismo che privilegia la rivelazione e l’autorità alla conoscenza rigorosamente
conquistata in sede sperimentale.
Questo
ultimo aspetto informa di sé, a parere di O.C. (Lavoratore, n. 91, 29.9.1905)
anche i testi scolastici, ”... pieni delle fandonie della Bibbia”
…………… ad
un fumoso contesto di luoghi comuni, “ ... di atti virtuosi ben lontani dalla
dolorosa realtà che ne circonda, dove vediamo ad ogni piè sospinto verificarsi
il contrario (di quello che raccontano i libri per le scuole) e l’ingiustizia
sedersi placidamente sotto la scritta - La Legge è uguale per tutti
Una
competente attenzione è dedicata alle pubblicazioni di didattica, alla
compilazione dei sillabari ritenuti o troppo pieni o troppo noiosi, spesso
graficamente confusi.
Un altro
articolo del 14.9.1913 affronta, in prima pagina il tema dei programmi
didattici (quelli del 1905) che al redattore destano parecchie perplessità per
1'eccesso di nozioni che devono essere apprese, per ciascuna materia, in un
tempo ristretto destinato alle lezioni. Non mancano riflessioni pedagogiche che
fanno presumere una buona conoscenza dell’Haebartismo diffuso in quegli anni in
Italia dal Credaro, in particolare quando il redattore parla di “saggi
raggruppamenti di materie” che evitino il faticoso accumulo di informazioni
troppo specifiche e quindi, diremmo noi, non trasferibili. Capita di frequente
che notizie anche spicciole di vita scolastica siano presentate con commenti o
critiche di indubbio interesse pedagogico.
Compaiono
anche commenti a modeste pubblicazioni di autori poco noti come Tolomeo de
Faveri o Pietro Bertolani ricche di consigli e spunti di riflessione
metodologica sull'insegnamento della lettura sull’onda delle suggestioni
positiviste. Uno degli argomenti forti era quello dell'insegnamento della
Religione nelle scuole. Il Lavoratore interviene con sistematicità incalzando i
fautori della scuola confessionale con argomenti culturali e giuridici puntuali
e fondati. In questo il giornale socialista ha anticipato di ottant’anni
polemiche e proposte che fanno parte del dibattito odierno sull' insegnamento
della religione cattolica nelle scuole dello Stato.
Sono qui
presentati alcuni spunti polemici raccolti in articoli pubblicati tra il 1903
ed il 1913 dal Lavoratore; ne sono autori, tra i molti anonimi , personaggi
insigni come il filosofo Enrico Marselli, De Dominicis, Placidia Stefanini,
Rita Majerotti :
" l'insegnamento della religione è contrario al
pensiero critico (il libero pensiero) e agli orientamenti scientifici";
" la laicità della scuola è garanzia di
libertà";
" le cerimonie religiose e gli atti di culto
devono essere escluse dagli orari di lezione";
" ai genitori deve essere garantito il diritto di
accettare o meno 1 'insegnamento della religione";
" l'insegnante laico si occupa del 'certo' e del
'vero' e non deve subire il condizionamento dell'ambiente clericale e politico
alla sua autonomia professionale";
" le due ore di 'chiassetto mistico' vanno poste
fuori dell'orario di lezione, magari al pomeriggio per evitare che i figli di
coloro che hanno rifiutato l'insegnamento religioso siano l'oggetto delle
attenzioni poco benevole dei loro compagni e degli insegnanti ogni volta che
devono uscire dall'aula, all'arrivo del prete".
Di fatto
era l'ambiguità degli stessi ordinamenti giuridici a provocare tensioni anche
aspre all'interno della scuola, nè possiamo dire che il tempo abbia lavorato a
favore di un superamento di tale ambiguità.
Merita
di essere ricordato l'episodio dell'aggressione ad una maestra di Villorba, rea
di non aver impartito lezioni di catechismo in classe. Era l’inizio dell’anno
scolastico 1912-13 quando una turba "... di settecento od ottocento
contadini storditi dalla grappa generosamente e gratuitamente distribuita, si
portano sotto le scuole comunali e si abbandonano ad atti teppistici di cui
sono capaci le turbe ignoranti e briache ...".
Buon per
la maestra che non si trovava all’interno dell’edificio perché ”... tutto
distrussero, compresi trecento volumi formanti il patrimonio intellettuale
della povera giovane ...".
La cronaca
narra di un processo che alla fine scagionò il parroco, subito arrestato con i
più facinorosi, e condannò questi ultimi che dal prete erano stati sobillati.
Anche in
casa socialista si coglie qualche tentativo di moderazione allorché P. Stefanini,
il 5.4.1913, scrive: "Io non ho certo l’intenzione di imporre un dogma
d’ateismo ai credenti o ai religiosi, ... Le idee non si impongono, ma si
propagano con la forza del ragionamento.”
Non
mancavano altre occasioni di polemica se qualche altro socialista di periferia
come R. Andolfatto da Crespano impugnava a proprio favore l’assenza di
riferimenti precisi alla Religione nei Programmi didattici, contro l’avversa
posizione che vedeva nella mancata abrogazione dell’art. 315 della Legge Casati
e nel silenzio della Legge Coppino, una conferma indiretta dell’insegnamento
religioso nella scuola pubblica
5. ASPETTI DELL’ORGANIZZAZIONE
MAGISTRALE
Dall’attenzione
per la scuola all’attenzione per le condizioni contrattuali e di lavoro dei
maestri il passo è obbligatorio. Il Lavoratore riporta parecchi interventi di
insegnanti che lamentano una condizione di grave disagio economico e di
subalternità non solo all’istituzione comunale in quanto referente
amministrativo, ma, ed in modo assai preoccupante, in quanto luogo di incontro
di tutte le forme di pressione politica e culturale che dall'ambiente si
muovono avendo di mira l’insegnante: ”Oh compagni, cerchiamo di migliorare la
nostra sorte. Noi vediamo altri uomini di altre classi unirsi, costruire
società, far valere i propri diritti, proteggersi a vicenda ... Saremo noi, che
pur abbiamo dell'istruzione, da meno dei muratori? Non dobbiamo noi sentire la
voce della solidarietà, il bisogno di migliorare le nostre condizioni?"
(Lavoratore, n. 21, 23.5.1903).
A
proposito delle condizioni di lavoro: "...
buona parte delle nostre scuole sono antri oscuri, indecenti, pericolanti, gli
ordinamenti rasentano l’assurdo, ai maestri è assegnato uno stipendio di
miseria e una pensione di fame e l’enorme maggioranza dei figli dei lavoratori
cresce nell'ignoranza ..." (Lavoratore, n. 23, 5.6.1909).
Sulla
dignità sociale del maestro poi: "...
il maestro è guardato di cattivo occhio dai reverendi amministratori perché ama
più la scuola che il galoppinaggio elettorale a servizio dei padroni ..."
scrive II Lavoratore il 16.7.1910, a sostegno della protesta di un maestro che
si rifiutava di fare propaganda elettorale per conto della Cassa Rurale.
Il
Lavoratore
riconosce l’importanza dell’emancipazione politica dei maestri, ma non si
nasconde i rischi che essi corrono allineandosi sulle posizioni socialiste. Il
6.11.1909 viene pubblicata la lettera di un anonimo che chiede: "... sono
dunque tutti socialisti quelli della Unione Magistrale? Neanche per
sogno!". Si vuole evitare la frattura del movimento cui porterà la nascita
dell’associazione magistrale "N. Tommaseo" filo clericale.
Dopo la
guerra in tutta la Provincia si tengono comizi per rilanciare il movimento
magistrale senza che si sia risolta la questione dell’ autonomia.
……………………………………
delle vendette dei superiori ...” (Lavoratore, n. 10, 21.3.1920). Secondo i Socialisti la scelta democratica
meglio garantirebbe il maestro. Ma i problemi economici degli insegnanti
stentano a trovar accoglienza nei governi e le promesse del ministro Gentile
vengono così commentate: “... non si deve agitarsi per una cagione tanto banale
come è quella dei miglioramenti economici, giacché il Governo, paternamente
previdente, penserà a risolvere la questione." (Lavoratore, n. 41,
10.11.1923).
CONCLUSIONI
Il Lavoratore viene stampato a Treviso fino al
mese di ottobre del 1923, quando "per ragioni di quiete pubblica"(1),
il tipografo rompe il contratto col giornale socialista che si trasferisce a
Vicenza per continuare fino al 1925 ad uscire come foglio di partito ormai
sganciato dalla realtà umana e sociale locale ai cui bisogni aveva dato voce
con puntualità e competenza.
Assieme
alla Vita del Popolo (1892), alla Battaglia (1920), all’Idea (1920-25), al
Piave (1919-1922), fogli di ispirazione cristiano sociale, o al
repubblicano-mazziniano La Riscossa (1.8.1914-1926), Il Lavoratore
esprime un'epoca caratterizzata da notevole dinamismo culturale. Di pari passo
al diffondersi dell'alfabetizzazione, cresce tra il popolo il gusto per la
lettura. L'informazione e la dottrina cominciano ad essere distribuite per
mezzo del testo scritto, fattore non secondario di democrazia, ma legato al
possesso dello strumento alfabetico faticosamente raggiungibile da pochi per i
problemi organizzativi, le carenze di personale, mezzi e sussidi messi in
risalto dal Lavoratore.
I
socialisti vedevano l'istruzione positivamente correlata al miglioramento delle
condizioni di vita, al progresso materiale e civile, alla crescita della
coscienza di classe, alla conquista del potere, o, più realisticamente, alla
partecipazione alla sua gestione. Per questa ragione la Scuola è sempre al centro degli interessi
dei democratici.
____________________________
(1) Il Lavoratore, n. 39,
27.10.1923.
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