Sunday, October 05, 2014

Un articolo di Guido Facchin



I PROBLEMI DELLA SCUOLA TREVIGIANA VISTI DA "IL LAVORATORE"
(GIORNALE SOCIALISTA 1899-1925)
GUIDO FACCHIN

PRESENTAZIONE

Il Gruppo parlamentare e la Direzione Nazionale del Partito Socialista inviavano, il 31 luglio 1899, una lettera di saluto e incoraggiamento alla Redazione del Lavoratore, nascente settimanale socialista trevigiano:  "... organo e difesa dei lavoratori ... Ben venga il nuovo combattente ora che più forti si addensano i nembi, ora che più rabbioso si fa l'impeto dei nemici. ...”, scrivevano da Roma i dirigenti del Partito.

Il 12 agosto 1899 esce il primo numero del giornale tirato in un migliaio di copie cui se ne aggiungono altre duemila stampate in fretta, nel pomeriggio dello stesso giorno, e distribuite tra i sovversivi trevigiani sotto l'occhio vigile della polizia che presto interverrà, con censure e sequestri, in ottemperanza delle norme restrittive decretate da Pelloux contro la stampa di opposizione accusata di fomentare i tumulti che si accendono nelle piazze per protestare contro la guerra d’Africa e la miseria che attanagliava il popolo del suburbio.

La prima pagina del settimanale socialista è riservata alla trattazione delle questioni di politica interna ed estera di maggior attualità e alla linea del Partito che emerge anche dalle polemiche intrecciate contro avversari nazionali o locali e sostenute con un linguaggio aggressivo che pare tipico della pubblicistica del tempo. Ne è esempio lo scambio frequente di invettive tra II Lavoratore e La Vita del Popolo, settimanale cattolico diocesano nato nel 1892 che, da parte sua, definisce i socialisti "... una setta brutale cogli occhi infuocati pel furore ... germe di tutte le più infami rivoluzioni, il vomito dell’inferno ..." (Vita, n. 48/1905).

Nelle pagine interne è facile rilevare la puntualità e la pertinenza degli interventi, resoconti e corrispondenze sulle questioni locali che II Lavoratore pubblicava ogni settimana e che dimostrano l'esistenza di una rete di collaboratori attenti e documentati sui fatti e sui dibattiti che sorgevano nei circoli intorno alle necessità primarie della gente.

Particolarmente attenti e documentati erano coloro che in città, nel "suburbio”, o nei paesi di campagna, seguivano le vicende scolastiche. L'assolvimento dell'obbligo, l'edilizia, l'assistenza, l'istruzione degli adulti, l’organizzazione della classe magistrale, l'insegnamento della religione sono i temi che più spesso ricorrono per diretta iniziativa della redazione o per intervento di qualche attivista di un circolo periferico.

socialisti devono, loro malgrado, rilevare che i Comuni non riescono a dare risposte efficaci alle richieste di scolarizzazione che provenivano dalle nascenti organizzazioni operaie e dal Partito stesso, se a Treviso, nel 1901, si registra un tasso di analfabetismo del 34%, notevole anche se non delle dimensioni di altre città. La ragione del loro interesse per la scuola era tattica e strategia: puntavano all'alfabetizzazione degli adulti per portare il maggior numero di elettori alle urne quando, per votare, occorreva prima dimostrare ad un pubblico ufficiale di saper scrivere; miravano, in una prospettiva più ampia, ad ottenere un servizio scolastico capace di formare cittadini coscienti non solo dei doveri, ma anche dei loro diritti, in grado di far valere le proprie ragioni di fronte ai più colti avversari, di partecipare attivamente alla gestione del potere.

Analizzando, in prima pagina, il 14 giugno 1910, alcuni dati sull’alto tasso di analfabetismo tra i lavoratori di città e di campagna, commenta: "... siccome gli analfabeti non possono essere elettori, ne consegue che oggi, via via che arrivano a 21 anni, proprietari, commercianti, professionisti, impiegati che sanno quasi tutti leggere e scrivere in tutta Italia, possono diventare quasi tutti elettori. ... Per fare lo stufatino di lepre occorre la lepre, per fare il deputato socialista o democratico, ci vogliono gli elettori socialisti o democratici ..." (Lavoratore, n° 20, 14.5.1910). Ed ancora: "I Socialisti devono istruirsi, scrive un anonimo nel 1911, perché altrimenti a comandare saranno sempre gli avvocati e i dottori, mentre coloro che si lamentano nulla fanno per elevarsi ed anzi restano vergognosamente ignoranti."

   I redattori del Lavoratore che si occupavano di scuola avevano ben compreso che molte delle difficoltà che si opponevano al buon esito degli studi e causavano i precoci abbandoni erano di natura sociale ed organizzativa: mancanza di spazi, aule affollate, scarsa e cattiva nutrizione, poca cura della persona erano gli elementi che determinavano larghi vuoti nei banchi, specie nei periodi dei lavori stagionali in campagna, quando i bambini erano molto più utili a casa agli occhi dei loro genitori.

Prima di indagare sulle questioni più significative occorre render conto di questa specifica competenza del Lavoratore ad affrontare tali questioni: alla redazione del giornale socialista collaboravano in modo continuativo uomini di scuola come i direttori didattici Gottardi e Tonello, i professori Galeno e Riva, e numerosi insegnanti tra i quali "la compagna maestra" Rita Majerotti va ricordata per la continuità dei suoi contributi polemici e ben documentati al dibattito sull’ insegnamento religioso e sulla laicità della scuola.


1. SCUOLA E AMMINISTRAZIONE COMUNALE

Si è già detto dell’interesse a breve termine dei socialisti per l'istruzione: i loro interventi miravano inizialmente ad ottenere che i giovani, che  per la prima volta dovevano esercitare il diritto di voto, e tutti coloro che col passare degli anni tornavano analfabeti per le scarse occasioni che avevano di usare gli strumenti del leggere e dello scrivere, avessero scuole serali o festive in grado di far loro superare con successo le fatidiche prove di scrittura.

Di questo impegno su Il Lavoratore si trova una traccia significativa scorrendo i programmi elettorali del Partito Socialista nei quali ogni volta alla scuola è riservato ampio spazio:

"... Favorire in tutti i modi possibili l’istruzione della classe lavoratrice sia istituendo scuole serali che professionali, (...) Secondo noi socialisti il Comune deve pensare ad istruire la gran massa operaia, (...) in una società civile non vi devono essere uomini che vivono nell’ignoranza assoluta e nell’abbruttimento (...)"    (1905). Ma evidente-mente non bastava che il Comune mettesse a disposizione questi servizi perché gli inviti a frequentare la scuola

"Aprendo una scuola si chiude una prigione!" (1902) "A scuola! A scuola!" (1905) "L'analfabetismo in Italia: statistiche da non dimenticare" (1905).

Nel 1909 A. Tonello scrive: "La vergogna dell'analfabetismo deve sparire, il cittadino che non sa leggere e scrivere è il peggior nemico di se stesso, della sua famiglia, della classe operaia, (...) la miseria intellettuale trae seco la miseria economica, (...) per voi si aprono le scuole serali, frequentate con entusiasmo e amore !,(...) I comuni per i renitenti che non possiedono il certificato di proscioglimento dell'obbligo, applichino senza riguardi le disposizioni di Legge!"

La realistica considerazione che è assai più difficile alfabetizzare un adulto che un bambino e la convinzione politica che a tutti dovesse essere garantita una scuola efficace come stabilito dalle leggi, peraltro disattese, spingevano i socialisti a premere per il miglioramento di questo servizio cruciale per la "elevazione morale del popolo". Denunciavano le situazioni precarie che dimostravano di conoscere assai bene, protestavano per il disinteresse di coloro che detenevano il potere, cui faceva riscontro l'apatia della gente; i primi perché "temevano i vantaggi di una seria istruzione delle classi", la seconda perché preferiva il vantaggio immediato del lavoro del figlio al futuro ed incerto miglioramento generale della società.

Frequenti interventi hanno di mira la mancata attuazione della refezione scolastica (1906) che i socialisti vorrebbero gratuita, come mezzo per incentivare la frequenza ed il rendimento scolastico degli alunni, e non come pelosa carità" che il Comune vorrebbe affidare ai privati.

Allo stesso modo si auspica l'assistenza alle famiglie più povere  con distribuzione di vestiario e cancelleria ai bambini. Solo nel 1911 la Legge Credaro istituirà il Patronato scolastico riconoscendo il valore sociale dell'assistenza per la quale i socialisti si erano battuti.

A proposito di impegno socialista, Il Lavoratore del 4 novembre 1899, riporta a tutta pagina, nella cronaca cittadina, le proposte che il Gottardi aveva presentato in Consiglio Comunale per migliorare la scuola. adattare orari e calendari delle scuole, specialmente rurali, alle esigenze del luogo;

-  provvedere a spese del Comune di vesti e refezione sana e sufficiente i più miserabili ;

-  impedire la soverchia agglomerazione dei fanciulli nelle classi ;

-  istituire classi per i deficienti ;

-  pareggiare gli stipendi dei maestri delle classi femminili;

-  tutelare la libertà di coscienza dei maestri e delle famiglie.

Erano proposte fuori della portata culturale della maggior parte dei consiglieri e la conclusione del dibattito lo conferma: la votazione viene rinviata una prima volta perché durante la discussione i banchi della Maggioranza si svuotano e manca il numero legale; "colpa dei socialisti, commenta II Lavoratore, che trattano argomenti  che non possono andare a fagiuolo ai signori del Consiglio …”. La settimana successiva una breve nota riferisce l'esito della votazione:  "Il Consiglio Comunale ha seppellito con tutti gli onori le proposte di Gottardi".

Per una refezione sana e sufficiente i socialisti si sono impegnati spesso in Consiglio Gommale, con intenzioni diverse della Maggioranza da essi accusata di considerare questo servizio una forma di carità e non "doveroso integramento della legge sull’istruzione obbligatoria" (Lavoratore, n. 100, 25.11.1905).

Coerenti con questo spirito rifiutano la proposta di far gestire le mense scolastiche ai privati premono invece per il diretto impegno dell'Amministrazione Comunale che offriva, a loro modo di vedere, maggiori garanzie a soste­gno dell'istruzione e contro il rischio che essa fosse vanificata nel concreto dalla povertà delle famiglie.

In ogni caso i Socialisti assegnano al Comune un ruolo chiave nel­la diffusione del servizio scolastico, anche se, dopo l’approvazione della legge n° 487 del 4.6.1911 (Daneo-Credaro) abbandonano l’idea comunale per so­stenere l’opportunità dell’avocazione delle scuole allo Stato per farla finita con le inadempienze degli amministratori locali e con il vezzo di interferire con pesanti forme di pressione sull’attività dei docenti.

”... Togliamo ai Comuni la diretta amministrazione delle scuole ed il problema della formazione del cittadino sarà presto risolto ...” scrive da Crespano Robertino Andolfatto il 28.6.1913 sul Lavoratore, convinto delle discriminazioni politiche messe in atto nella scelta dei maestri con lo scopo di evitare che ”... un bel giorno arrivi un maestro socialista . . . ”. Evento temuto dal Sindaco che in tutti i modi cercava di evitare l’applicazione della legge, pur non avendo dimostrato negli anni precedenti quel fattivo impegno per la scuola che la stessa legge richiedeva per concedere deroga all’avocazio­ne .

Ma Il Lavoratore, proprio insistendo sull’applicazione della legge sull1 obbligo scolastico, finisce per individuare un altro ostacolo sulla via delle reali opportunità formative: la situazione edilizia.

Dalle corrispondenze cittadine o rurali si ricavano interessanti informazioni sullo stato degli edifici scolastici, per lo più recuperati da vecchi stabili in abbandono, conventi riadattati. Aule di fortuna venivano arredate alla meglio e in spazi ristretti e poco illuminati venivano costretti gli alunni a decine, in doppi o tripli turni. Nel 1903 su 629 scuole rurali, ben 305 hanno oltre 70 alunni per classe, 73 ne hanno più di cento, alcune 150, una ne ha addirittura 200. Puntuale il commento:”... in condizioni così infelici non può essere raggiunto un profitto adeguato ai bisogni nuovi” (Lavoratore, n. 35, 15.9.1903).

Ma se tanti erano gli iscritti, pochi eletti in realtà frequenta­vano e, nei periodi dei lavori campestri, le aule restavano quasi deserte, così ”... in molte scuole rurali l’80% degli alunni che si iscrivono rimane analfabeta! ...”. Si era compresa la stretta relazione che intercorre tra ambiente scolastico e profitto e si faceva più viva la consapevolezza che ”... il figlio del contadino necessita di un ambiente tale per cui possa impartir­gli l’istruzione con vero frutto, sia innamorato della scuola e non la diserti e i genitori ve lo manderanno di buon grado, anche a costo di qualche sacrificio, ... (perché) ... vi è un astro che brilla nell’oscurità dei remoti paesi, esso è l’astro della scuola.” (Lavoratore, n. 45, 4.11.1907).

In seguito, aspirando alla presa del potere comunale, M. Riva scri­ve nel Lavoratore del 29.5.1920: ”... Conquistare il Comune non vuol dire sta­bilirvi il quartier generale dei lavoratori dei campi, dei cantieri, delle officine nel palazzo Comunale e magari piantarvi la bandiera dei Soviet ... Bisogna che i lavoratori capiscano che la scuola è una necessità delle prime se vogliono diventare capaci di fare senza i padroni ... . La scuola deve esse­re grande e bella come la chiesa, più della chiesa. Disgraziato quel popolo che ha delle belle chiese e delle brutte scuole, dei preti grassi e dei maestri pitocchi e affamati …”

Il Lavoratore riporta frequenti interventi, informazioni, programmi che riguardano l’Università Popolare, mostrando che il proprio interesse per l’istruzione va oltre 11 alfabetizzazione per configurarsi come proposta di educazione permanente. La ’'coltura" è il mezzo più efficace di redenzione delle classi più misere dalla subalternità alla borghesia. I socialisti si avvicinano ai programmi di questa istituzione con atteggiamento guardingo e critico intuendo il disegno sottostante, quello di ’’addomesticare il popolo, o almeno soffocare in lui l’impetuosità e la violenza con una grande infusione di coltura borghese."   "(...)         Scuole Popolari o congregazioni di carità intellettuale che distribuiscono erudizione, nozioni, notizie, miscela di imparaticci, (...) Il popolo ha bisogno di ben altra coltura!”.

“Lavoratori leggete!” titolava Il Lavoratore n. 12 del 19.3.1910, un articolo provocatorio per sollecitare la lettura del giornale, ”... perché non vadano smarrite quelle conoscenze che ci furono impartite a scuola! Troppi ancora credono che il soldo pel quotidiano sia una spesa di lusso e non avvertono che quel foglio è veicolo formidabile di istruzione, di educazione, di battaglia! ...”. ’’Nella lotta per la vita e per la riforma sociale non è sufficiente possedere due braccia poderose e nascere uomini, ma uomini bisogna

essere anche nel pensiero ed il pensiero non si rafforza se non con la scuola i»

A proposito di adulti analfabeti, vengono riportati i dati raccolti in occasione della visita di leva del 1909 dai quali risulta che su 172.000 giovani, ben 50.000 (29%) sono analfabeti. Analizzando i dati per regioni II Lavoratore mette in evidenza il fatto che dei 29.500 coscritti del Sud, ”... analfabeti sono tra le classi agiate, 5.000 tra i lavoratori di città e ben 20.000 tra i lavoratori della terra ...”. I dati assoluti dicono anche che la gran parte della popolazione era dedita all’agricoltura e che di contadini era composto l’esercito. (Lavoratore, n. 20, 14.5.1910).

Il bisogno di ’’coltura” era sentito, solo che poi i fermi propositi dei socialisti ricalcano quelli dei programmi borghesi, con l’aggiunta di uno spazio maggiore da assegnare alla discussione, ma sempre con un grandissimo rispetto per tutto quello che è in odore di scientificità, positività, ragione. La scienza è dogma e l’antidogmatismo è relegato esclusivamente alla propaganda antireligiosa. Anche questo è un segno dei tempi nei quali il progresso scientifico e tecnologico cambiava rapidamente l’esistenza degli uomini in un mondo segnato dai ritmi delle stagioni e dei lavori agricoli. L’antica sapienza perde la sua efficacia e cresce la fame di conoscenza. Si cercava l’informazione che era appannaggio di pochi e i modi con cui viene distribuita fanno spettacolo.

I numerosi interventi riportati sui temi culturali configurano nelle pagine del Lavoratore una concezione della cultura nella quale l’intellettuale ha un ruolo decisivo di trasmettitore della conoscenza, di attore della scienza.

L’intellettuale ricercato e blandito o criticato e temuto, non vede messo in discussione il proprio ruolo, se non in rare occasioni che prefigurano la successiva impostazione gramsciana. In genere i problemi urgenti coi quali l’operaio si misura ogni giorno sembrano appartenere, in occasione delle manifestazioni culturali, ad un’altra dimensione:  ”(...) è vero, l’operaio non

ha generalmente ancora una casa ... ma perché deve preferire l'osteria alla scuola o alle feconde discussioni coi suoi compagni ...? L'uomo istruito è rispettato e stimato, l'ignorante è deriso, spregiato, turlupinato, è il gradino più basso della scala sociale ...” (1911). A chi si lamenta che a comandare sono sempre avvocati, dottori, professori, il giornale risponde che proprio coloro che si lamentano nulla fanno per elevarsi, rimangono anzi vergognosamente ignoranti (...)M (Lavoratore del 5.3.1911).


3. SCUOLE ED ISTITUZIONI EDUCATIVE

Il Partito socialista nutriva parecchio interesse per alcuni istituti educativi di Treviso e per la scuola Normale. Si prodiga in Consiglio Comunale per un provvisorio ma immediato avvio di quest'ultima nella sede del collegio femminile di S. Teonisto (Lavoratore, 1908), quindi per l’istituzione di una Normale pubblica in alternativa a quella privata tenuta dalle signorine Motta con le sovvenzioni del Comune, ed a quella delle Canossiane.

A questo proposito il 31.10.1908, nella pagina della cronaca cittadina, Il Lavoratore riporta una presa di posizione contro la proposta della Giunta comunale di assegnare ”... un sussidio alla Scuola per maestre tenuta dalle signorine Motta ...11. Il giornale "... sostiene vivamente la necesità imperiosa di una scuola Normale in città, la quale liberi le giovinette dall’obbligo di ricorrere agli istituti confessionali e dalle ansie e dalle spese degli esami sostenuti a Venezia ...” ma è contro la proposta della Maggioranza in quanto essa mira a sostenere una scuola privata che pone alle famiglie gli stessi limiti delle altre scuole religiose e costringe le allieve a sostenere gli esami come privatiste e sottomettersi all'obbligo del tirocinio."

Ancora nel 1911, in epoca di giunta bloccarda, si discute della opportunità di risolvere una buona volta il problema della scuola Normale lasciando cadere i precedenti tentativi di tenere in vita quella privata, “per ricostituirla ex novo rendendola pareggiata, o regia, o, meglio, governativa ...” (Lavoratore, 9.7.1911, Cronaca del Consiglio Comunale).

Il crescente interesse per la scuola dei maestri nasceva dalla convinzione che i figli dei contadini e degli operai avrebbero avuto un insegnamento migliore se impartito da docenti sfornati da una scuola pubblica.

Un certo interesse si nutriva al giornale socialista per alcuni istituti laici: il "Turazza” (1857), l’educandato femminile ”S. Teonisto” (1811), l’asilo "Garibaldi” (1882) ”... ottimo dei monumenti all’eroe dell’unità ed indipendenza della Patria ...". Le vicissitudini amministrative ed organizzative del "Turazza" preoccupano i socialisti che hanno a cuore la sorte degli orfani qui raccolti ed istruiti al lavoro. Essi si fanno portavoce degli educatori per le precarie condizioni in cui sono costretti ad operare, delle preoccupazioni dei cittadini che mal sopportano la presenza turbolenta di numerosi "corrigendi che in mezzo alle schiere dei poveretti figli che la carità borghese avea radunati, disseminarono la febbre del maleficio e del delitto ...".

Quando nel 1910 viene chiamato a dirigere l’istituto un certo Errani, proveniente non a caso dalla carriera militare, Il Lavoratore ironizza sulle sfilate e sulle marce praticate per risanare, con la disciplina, il collegio, a svantaggio della vera formazione dei giovani che "nella ferrea disciplina" non potevano risolvere i loro problemi comportamentali:                                         "... il Turazza da parecchio tempo è diventato un collegio militarizzato con colonnelli, maggiori, capitani . . . (viene descritta una marcia per le colline della Pedemontana) ... una scena rattristevole per chi pensi che un giovanotto quando ha vent’anni esce dal collegio ed invece di essere esperto del suo mestiere, è costretto ad un lavoro umiliante perché in collegio ha imparato di tutto, fuorché un mestiere ... e questo perché si impartisce una educazione falsa . .. Speriamo che qualcuno possa metter fine a questa commedia lasciando da parte quelle stupide ed inutili pagliacciate! ..." (Lavoratore, n. 34, 6.8.1912).

Anche a proposito del tirocinio degli apprendisti tipografi del "Turazza” Il Lavoratore interviene il 6.8.1912 in modo puntuale denunciando la speculazione di chi cerca di trarre vantaggio a danno dell’apprendista perché non ci si preoccupa di istruire, “... non più di imparare un mestiere, ma puramente per produrre quanto più possibile vengono internati nell'officina tipografica e messi a discrezione di speculatori che penseranno a tutto fuorché a far sì che i ragazzi imparino, e bene. ..."(Lavoratore, n. 35, 13.9.1912).


4. SPUNTI E RIFLESSIONI DI METODOLOGIA E DIDATTICA

Alcuni interventi del Lavoratore sui temi scolastici sono caratterizzati da una pertinenza pedagogica che può sorprendere sulle pagine di un giornale che ha ben più urgenti situazioni cui dedicarsi.

Spesso, a proposito di articoli pubblicati anche in prima pagina, è possibile parlare di specifico interesse didattico e ciò è imputabile, come è stato rilevato, alla presenza di uomini di scuola nella redazione del giornale socialista trevigiano. Essi, in più occasioni, fanno valere il loro punto di vista e la loro competenza.

Va comunque precisato che si tratta di interventi sporadici, isole di pedagogia autentica in un contesto di cultura impegnata sul piano dell1 ideologia e della dottrina.

Nel Lavoratore n. 91, 29.9.1905, O.C. si sofferma sui difetti dell’educazione familiare che oscilla tra il lassismo, l’indifferenza e l’eccesso di premure, atteggiamenti che, a detta del redattore, viziano lo sviluppo fisico, intellettuale e morale del bambino. Scrive ancora il giornale socialista nel 1906: ”... Non è tanto ciò che si insegna, è piuttosto il modo con cui si insegna ... . Se i fatti non possono escludersi, se non si può tacere, si dovrebbe dire quanti danni semina la guerra. Non solo i quadri fantastici delle legioni all'assalto, ..., ma i campi incolti, le case abbandonate, la miseria, la fame! Diversamente i bambini cresceranno nella convinzione che solamente nei campi di battaglia si possano conquistare onori e gloria ... . Nella famiglia prima e nella scuola poi c’è tutta una educazione che domanda di essere rinnovata ...”.

Come si comprende l’argomento in questione era l’educazione civica. Un articolo del 19.8.1911, firmato da Angelica Balabanoff, mette in risalto l’importanza delle cure parentali, .dell’esempio, della testimonianza viva dei valori socialisti che non vanno trasmessi a parole, col rischio di diventare dogma così come avviene per la religione: ”... banale sarebbe costringere un bambino alla ripetizione di quanto non sa afferrare, né comprendere, parlargli di certi fenomeni della lotta di classe, del suffragio universale, degli scioperi, ..., inculcargli l'odio verso una data persona, anche se vestita da prete, ... . Ben altro e più difficile è il nostro compito ...”.

Si accenna ripetutamente alle condizioni sociali che provocano fin dall’infanzia diversità di rendimenti e diseguaglianza, come si rileva il rischio del dogmatismo che privilegia la rivelazione e l’autorità alla conoscenza rigorosamente conquistata in sede sperimentale.

Questo ultimo aspetto informa di sé, a parere di O.C. (Lavoratore, n. 91, 29.9.1905) anche i testi scolastici, ”... pieni delle fandonie della Bibbia”

…………… ad un fumoso contesto di luoghi comuni, “ ... di atti virtuosi ben lontani dalla dolorosa realtà che ne circonda, dove vediamo ad ogni piè sospinto verificarsi il contrario (di quello che raccontano i libri per le scuole) e l’ingiustizia sedersi placidamente sotto la scritta - La Legge è uguale per tutti

Una competente attenzione è dedicata alle pubblicazioni di didattica, alla compilazione dei sillabari ritenuti o troppo pieni o troppo noiosi, spesso graficamente confusi.

Un altro articolo del 14.9.1913 affronta, in prima pagina il tema dei programmi didattici (quelli del 1905) che al redattore destano parecchie perplessità per 1'eccesso di nozioni che devono essere apprese, per ciascuna materia, in un tempo ristretto destinato alle lezioni. Non mancano riflessioni pedagogiche che fanno presumere una buona conoscenza dell’Haebartismo diffuso in quegli anni in Italia dal Credaro, in particolare quando il redattore parla di “saggi raggruppamenti di materie” che evitino il faticoso accumulo di informazioni troppo specifiche e quindi, diremmo noi, non trasferibili. Capita di frequente che notizie anche spicciole di vita scolastica siano presentate con commenti o critiche di indubbio interesse pedagogico.

Compaiono anche commenti a modeste pubblicazioni di autori poco noti come Tolomeo de Faveri o Pietro Bertolani ricche di consigli e spunti di riflessione metodologica sull'insegnamento della lettura sull’onda delle suggestioni positiviste. Uno degli argomenti forti era quello dell'insegnamento della Religione nelle scuole. Il Lavoratore interviene con sistematicità incalzando i fautori della scuola confessionale con argomenti culturali e giuridici puntuali e fondati. In questo il giornale socialista ha anticipato di ottant’anni polemiche e proposte che fanno parte del dibattito odierno sull' insegnamento della religione cattolica nelle scuole dello Stato.

Sono qui presentati alcuni spunti polemici raccolti in articoli pubblicati tra il 1903 ed il 1913 dal Lavoratore; ne sono autori, tra i molti anonimi , personaggi insigni come il filosofo Enrico Marselli, De Dominicis, Placidia Stefanini, Rita Majerotti :

" l'insegnamento della religione è contrario al pensiero critico (il libero pensiero) e agli orientamenti scientifici";

" la laicità della scuola è garanzia di libertà";

" le cerimonie religiose e gli atti di culto devono essere escluse dagli orari di lezione";

" ai genitori deve essere garantito il diritto di accettare o meno 1 'insegnamento della religione";

" l'insegnante laico si occupa del 'certo' e del 'vero' e non deve subire il condizionamento dell'ambiente clericale e politico alla sua autonomia professionale";

" le due ore di 'chiassetto mistico' vanno poste fuori dell'orario di lezione, magari al pomeriggio per evitare che i figli di coloro che hanno rifiutato l'insegnamento religioso siano l'oggetto delle attenzioni poco benevole dei loro compagni e degli insegnanti ogni volta che devono uscire dall'aula, all'arrivo del prete".

Di fatto era l'ambiguità degli stessi ordinamenti giuridici a provocare tensioni anche aspre all'interno della scuola, nè possiamo dire che il tempo abbia lavorato a favore di un superamento di tale ambiguità.

Merita di essere ricordato l'episodio dell'aggressione ad una maestra di Villorba, rea di non aver impartito lezioni di catechismo in classe. Era l’inizio dell’anno scolastico 1912-13 quando una turba "... di settecento od ottocento contadini storditi dalla grappa generosamente e gratuitamente distribuita, si portano sotto le scuole comunali e si abbandonano ad atti teppistici di cui sono capaci le turbe ignoranti e briache ...".

Buon per la maestra che non si trovava all’interno dell’edificio perché ”... tutto distrussero, compresi trecento volumi formanti il patrimonio intellettuale della povera giovane ...".

La cronaca narra di un processo che alla fine scagionò il parroco, subito arrestato con i più facinorosi, e condannò questi ultimi che dal prete erano stati sobillati.

Anche in casa socialista si coglie qualche tentativo di moderazione allorché P. Stefanini, il 5.4.1913, scrive: "Io non ho certo l’intenzione di imporre un dogma d’ateismo ai credenti o ai religiosi, ... Le idee non si impongono, ma si propagano con la forza del ragionamento.”

Non mancavano altre occasioni di polemica se qualche altro socialista di periferia come R. Andolfatto da Crespano impugnava a proprio favore l’assenza di riferimenti precisi alla Religione nei Programmi didattici, contro l’avversa posizione che vedeva nella mancata abrogazione dell’art. 315 della Legge Casati e nel silenzio della Legge Coppino, una conferma indiretta dell’insegnamento religioso nella scuola pubblica


5. ASPETTI DELL’ORGANIZZAZIONE MAGISTRALE

Dall’attenzione per la scuola all’attenzione per le condizioni contrattuali e di lavoro dei maestri il passo è obbligatorio. Il Lavoratore riporta parecchi interventi di insegnanti che lamentano una condizione di grave disagio economico e di subalternità non solo all’istituzione comunale in quanto referente amministrativo, ma, ed in modo assai preoccupante, in quanto luogo di incontro di tutte le forme di pressione politica e culturale che dall'ambiente si muovono avendo di mira l’insegnante: ”Oh compagni, cerchiamo di migliorare la nostra sorte. Noi vediamo altri uomini di altre classi unirsi, costruire società, far valere i propri diritti, proteggersi a vicenda ... Saremo noi, che pur abbiamo dell'istruzione, da meno dei muratori? Non dobbiamo noi sentire la voce della solidarietà, il bisogno di migliorare le nostre condizioni?" (Lavoratore, n. 21, 23.5.1903).

A proposito delle condizioni di lavoro: "... buona parte delle nostre scuole sono antri oscuri, indecenti, pericolanti, gli ordinamenti rasentano l’assurdo, ai maestri è assegnato uno stipendio di miseria e una pensione di fame e l’enorme maggioranza dei figli dei lavoratori cresce nell'ignoranza ..." (Lavoratore, n. 23, 5.6.1909).

Sulla dignità sociale del maestro poi:  "... il maestro è guardato di cattivo occhio dai reverendi amministratori perché ama più la scuola che il galoppinaggio elettorale a servizio dei padroni ..." scrive II Lavoratore il 16.7.1910, a sostegno della protesta di un maestro che si rifiutava di fare propaganda elettorale per conto della Cassa Rurale.

Il Lavoratore riconosce l’importanza dell’emancipazione politica dei maestri, ma non si nasconde i rischi che essi corrono allineandosi sulle posizioni socialiste. Il 6.11.1909 viene pubblicata la lettera di un anonimo che chiede: "... sono dunque tutti socialisti quelli della Unione Magistrale? Neanche per sogno!". Si vuole evitare la frattura del movimento cui porterà la nascita dell’associazione magistrale "N. Tommaseo" filo clericale.

Dopo la guerra in tutta la Provincia si tengono comizi per rilanciare il movimento magistrale senza che si sia risolta la questione dell’ autonomia.

…………………………………… delle vendette dei superiori ...” (Lavoratore, n. 10,            21.3.1920). Secondo i Socialisti la scelta democratica meglio garantirebbe il maestro. Ma i problemi economici degli insegnanti stentano a trovar accoglienza nei governi e le promesse del ministro Gentile vengono così commentate: “... non si deve agitarsi per una cagione tanto banale come è quella dei miglioramenti economici, giacché il Governo, paternamente previdente, penserà a risolvere la questione." (Lavoratore, n. 41, 10.11.1923).


CONCLUSIONI

Il Lavoratore viene stampato a Treviso fino al mese di ottobre del 1923, quando "per ragioni di quiete pubblica"(1), il tipografo rompe il contratto col giornale socialista che si trasferisce a Vicenza per continuare fino al 1925 ad uscire come foglio di partito ormai sganciato dalla realtà umana e sociale locale ai cui bisogni aveva dato voce con puntualità e competenza.

Assieme alla Vita del Popolo (1892), alla Battaglia (1920), all’Idea (1920-25), al Piave (1919-1922), fogli di ispirazione cristiano sociale, o al repubblicano-mazziniano La Riscossa (1.8.1914-1926), Il Lavoratore esprime un'epoca caratterizzata da notevole dinamismo culturale.      Di pari passo al diffondersi dell'alfabetizzazione, cresce tra il popolo il gusto per la lettura. L'informazione e la dottrina cominciano ad essere distribuite per mezzo del testo scritto, fattore non secondario di democrazia, ma legato al possesso dello strumento alfabetico faticosamente raggiungibile da pochi per i problemi organizzativi, le carenze di personale, mezzi e sussidi messi in risalto dal Lavoratore.

I socialisti vedevano l'istruzione positivamente correlata al miglioramento delle condizioni di vita, al progresso materiale e civile, alla crescita della coscienza di classe, alla conquista del potere, o, più realisticamente, alla partecipazione alla sua gestione. Per questa ragione   la Scuola è sempre al centro degli interessi dei democratici.









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(1) Il Lavoratore, n. 39, 27.10.1923.           





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